Ebook, Beta Book e libri
Sembra che alla Pragmatic Programmers abbiamo sviluppato un programma che incarna la convinzione di Cory Doctorow secondo cui libro ed ebook possano e debbano convivere insieme. Lo scorso anno, presente come relatore alla conferenza O’Reilly sulle tecnologie emergenti, Cory ribadiva come: “Gli ebook integrano i libri su carta. Avere un ebook è una buona cosa. Avere un libro su carta pure. Averli insieme è meglio”. Bene, i Beta Book sono proprio questo: libri elettronici al servizio di libri su carta, libri su carta che tali non potrebbero essere senza libri elettronici, il tutto a vantaggio del lettore. Ma come si sviluppano in pratica i Beta Book? Qual è esattamente l’idea alla base di questo progetto? L’impulso alla distribuzione di beta-book sembra venire proprio dai lettori, spesso desiderosi di accedere il più presto possibile ai contenuti di un nuovo libro. Normalmente l’editore è semplicemente terrorizzato da questa eventualità per diversi motivi. Prima di tutto, fino al momento di andare in stampa, un libro è essenzialmente rozzo. Ai refusi grammaticali si affiancano errori tecnici che normalmente vengono corretti nella fase finale di revisione. Inoltre il layout del libro non è per niente perfetto, la sua formattazione tipografica non viene toccata fino al momento di essere stampato, quindi il tutto ha un che di grezzo. Da qui nascono la preoccupazione e le riserve sulla possibilità di distribuire un libro in uno stato critico, scelta che potrebbe apparire ingiusta anche nei confronti dell’autore. Tuttavia, le sollecitazioni dei lettori della Pragmatic Programmers sono state capaci di far cambiare idea all’editore, facendogli maturare la convinzione che concedere un accesso in anteprima ai contenuti è importante per i lettori ma anche per l’editore stesso, in quanto lo mette in condizione di ottenere feedback significativi prima della messa in stampa reale del libro. Il meccanismo è abbastanza semplice: due mesi prima della sua effettiva distribuzione, si comincia a rilasciare il libro per mezzo del programma Beta Book. Su un’apposita piattaforma di e-commerce viene offerta una scelta tra due prodotti: I prodotti sono venduti con prezzi differenti (in soldoni comprare il pacchetto è più conveniente che acquistare separatamente PDF e libro). Il beta book è quindi solo in formato PDF. Quando viene acquistato il cliente riceve il PDF nel suo stato attuale. Quando il libro è infine stampato, quello che viene distribuito è l’ultima versione del PDF. Sembra poi che nel prossimo futuro gli acquirenti di un beta book acquisiranno anche il diritto e la possibilità di aggiornarlo con la sua versione più recente. Quando un lettore rileva un errore in un beta book è libero di notificarlo attraverso un apposito spazio web destinato a raccogliere commenti e segnalazioni. Questo permette all’autore di evidenziare e risolvere eventuali errori e criticità prima della stampa su carta. Gli indirizzi delle pagine che raccolgono errata, sono al piede della seconda pagina del PDF. Gli errori oggetto di segnalazione e commenti sono quelli concernenti i contenti: refusi, errori tecnici, testi incompleti o dal senso non chiaro. Non hanno rilevanza e non vengono quindi considerati errori o imprecisioni inerenti al layout (vedove, orfane, interruzioni di pagina sbagliate, il posizionamento delle figure e così via): tutto questo è infatti oggetto di un controllo approfondito in separata sede.
Sun 31 Jul 2005 by
fabiob
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Tag: beta book, ebook
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Quando le geografia va in rete: Google Earth
Se non l’avete ancora provato, non potete perdervelo (senza dimenticare la bussola mi raccomando!).
Vi confesso un segreto: in passato ho avuto velleità da geografa. Immagino che, a questo punto, le vostre reazioni si dividano in risposte inquadrabili tra il sorpreso “Ma come? Non ti occupi della redazione di volumi di argomento informatico? A quello noi siamo interessati” e il più terra terra “E chi se ne frega?”, che vi unirebbe al coro dei miei colleghi esausti, i quali, ahi loro!, da qualche anno si sorbiscono le mie chiacchiere (e le mie pindariche idee editoriali) in materia geografica. In effetti, comprendo bene che la cosa non susciti affatto il vostro interesse, e avete ragione. Ma, non posso fare a meno di condividere con voi alcune riflessioni/interrogativi derivanti da una serie di sollecitazioni che mi stanno bombardando da qualche giorno e che hanno a che fare sia con l´informatica sia con la geografia, o meglio con uno dei suoi strumenti principali,vale a dire la carta geografica. Non vi sarà sfuggita la notizia dell´introduzione di Google Earth tra i servizi offerti dal noto e potentissimo motore di ricerca, che è riuscito a coniugare il suo algoritmo di ricerca a un database georeferenziato nonché a immagini satellitari (inutile dire che, nella sua scia, si sono già messi alla rincorsa Microsoft e Yahoo).
Non credevo ai miei occhi (né ai miei clic del mouse), quando ho cominciato a testare il nuovo prodigio di Google! Essendomi occupata, seppure con scopi sostanzialmente estranei alla tecnologia sottostante, di Web GIS (uno degli acronomi tanto amati dagli anglo-sassoni, che sta per Sistemi Informativi Geografici via Web), per alcuni anni avevo percorso la rete in lungo e in largo, cercando di trovare online un sistema analogo, che fosse sufficientemente facile da navigare e accessibile da non dover demordere nel suo utilizzo prima ancora di scoprire che cosa uno ci potesse fare o trovare. E, invece, ora, meraviglia delle meraviglie, ecco offerta su un vassoio d´argento, non semplicemente il tracciamento di un percorso o la mappa più o meno precisa di un quartiere cittadino (mapping di questo tipo, dopo tutto, si sprecano da anni), ma addirittura, tra quelle di maggiore impatto scenico e “segnico”, la possibilità di esplorare un luogo di mio interesse muovendomi a volo d´uccello sul territorio restituito cartograficamente in 3d, il tutto senza essere dotata di sofisticati software, senza che il computer si metta a fare le bizze e con un livello di dettaglio davvero esaltante. Divertente e, non a caso, qualcuno ha paragonato Google Earth a un videogioco. Eppure la carta geografica non è un gioco! Sono stati spesi fiumi di inchiostro che dimostrano la potenza delle carte nello stabilire e nel legittimare poteri politici ed economici (a partire dall´appropriazione dei territori coloniali che proprio nella redazione delle carte ha trovato uno strumento estremamente efficace non solo per la loro importanza funzionale nel consentire l´orientamento nello spostamento di truppe e merci, nello stabilire dove si trovava che cosa, ma soprattutto nel veicolare una peculiare idea del territorio in questione che ha pregiudicato la comprensione delle sue effettive dinamiche relazionali con la società). Già da tempo ampi studi hanno rivelato le “bugie” delle carte (Monmonnier,1996), e, certo quelle online, da questo punto di vista, non fanno eccezione, altri ne hanno addirittura messo in luce i complessi meccanismi di funzionamento a livello semiotico (Casti, 1998), spiegando la capacità della carta di “mostrare, come se fossero realtà, dati di fatto altamente congetturali” e, così, di indirizzare strategie e pratiche.
Allora, come porsi di fronte a questi innovativi sistemi cartografici messi a disposizione di chiunque lo voglia? Come proteggersi (se è possibile farlo) di fronte alla loro straordinaria forza retorica, rafforzata dall´unione tra la riconosciuta scientificità della carta costruita secondo l´impianto della geometria euclidea, le “viste” fotografiche e la restituzione tridimensionale del territorio? Come reagire a una capacità persuasiva che sempre più abbatte la percezione dei confini tra ciò che è la geografia del reale e ciò che ne è la rappresentazione? Come rispondere all´occhiolino strizzato dall´interattività di questi sistemi, illudendoci che finalmente non stiamo semplicemente consultando una carta, ma la carta ce la stiamo creando facendo comparire o sparire le informazioni che più ci servono? Si aprono, credo, alcune questioni, che dovrebbero prescindere dalle evocazioni, pur vere, di mirabolanti operazioni di marketing rese possibili dalle tecnologie di questo tipo e decantate da più parti nell´attesa che il business parta; nello stesso modo, credo le riflessioni su queste tecnologie non dovrebbe esaurirsi nel valutare l´eventuale pericolosità di mostrare a chiunque sul globo zone d´interesse strategico e militare.
Qualche perplessità dovrebbe nascere, ad esempio, verificando che, pure a fronte di una dichiarata copertura cartografica globale del sistema, esiste una notevole disparità tra il grado di risoluzione e di dati offerto per i paesi sviluppati e quello disponibile per i paesi in via di sviluppo, tanto che solo per i primi si ha una mappatura delle città con gli edifici in tridimensione. L´interrogativo che mi pongo in questo caso è: quanto inciderà nell´immaginario collettivo, ma ancor più nelle strategie di sviluppo di paesi già in oggettiva difficoltà, l´idea (erronea) che esistono aree della superficie terrestre vuote, prive di quegli artefatti che per la nostra cultura fanno la differenza tra ciò che è territorio e ciò che è solo spazio, cioè un´estensione di superficie terrestre privo della società? Quell´Africa “vuota”, che compare quando, in Google Earth, si cercano le zone per le quali sono disponibili le “high resolution cities”, mi ricorda la cartografia storica in cui spesso, a fronte di territori ignoti o inesplorati, gli occidentali non potevano che dichiarare sulla carta “hic sunt leones”. Nella nostra epoca, contrassegnata da rilevamenti satellitari di altissima precisione, quella scritta latina, che non compare esplicitamente, ma si manifesta negli omissis delle carte, che senso ha? E più in generale, quali possono essere le ripercussioni sociali, culturali e politiche di questi nuovi sistemi di informazione geografica? Solo uno spunto il mio, anche poco ragionato. Qualche domanda, cui forse, se nella vita avessi fatto la geografa, sarei stata chiamata a rispondere, ma che, da redattrice, mi va solo di porre. A voi (se ne avete voglia) la parola.
Thu 28 Jul 2005 by
francesca
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Podcasting? Sì, grazie
Articoli che annunciano le potenzialità e la presumibile diffusione di questa tecnologia si rincorrono da mesi non solo sulle riviste di settore, ma anche sulle maggiori testate nazionali (tra i più recenti, sul Corriere online: Con iTunes la radio corre sul Web; sul sito di Repubblica: Nasce sul Web, viaggia nell’iPod. Podcasting, la rivoluzione della radio). Anche noi abbiamo fatto la nostra parte con qualche contributo mirato sulla webzine di Apogeonline (è di oggi l’articolo di Venturini La BBC esplora il podcasting). Le notizie più aggiornate non fanno che dissipare i dubbi circa la strada che il podcasting prenderà nei prossimi mesi. Recentemente sono stati resi disponibili, con enorme successo di pubblico, più di 3000 podcast gratuiti per iTunes; le grandi agenzie d’informazione, anche italiane (tra le prime, Repubblica), hanno già provveduto a implementare servizi di podcasting per i visitatori dei loro siti. Insomma, grande fermento attorno a quella che verrebbe fin troppo facile definire “l’ultima diavoleria informatica”, se non fosse che di diabolico ha solo la genialità. Il podcasting è un’opportunità per tutti, non solo di fruire in modi nuovi di informazione (un podcast, una volta sottoscritto, viene aggiornato con download automatico di nuovi episodi/trasmissioni, che potranno essere liberamente ascoltati in qualsiasi momento della giornata), ma anche di offrirla, l’informazione, o, più semplicemente, di far sentire, in senso letterale e metaforico, la propria voce secondo modalità e con una risonanza prima insperata. Ognuno di noi, dotato di microfono collegato al computer e poco altro, può senza troppa fatica dar vita alla propria emittente radiofonica. Forse mi sbaglio, perchè il digital divide impera ancora, e, forse, corro sulle ali di ideali un po’ fuori moda e intrisi anche di un certo fastidioso buonismo, ma mi piace pensare che il podcasting possa avere ripercussioni sociali, oltre che economiche e di business, davvero imprevedibili: ripenso alle voci dell’Africa che ho avuto la fortuna di ascoltare nelle mie peregrinazioni attraverso alcuni paesi di quel continente, e non posso fare a meno di considerare che per loro, figlie di una cultura essenzialmente orale e di uomini e donne che ignorano la scrittura, ma non la saggezza del vivere, il podcasting potrebbe rappresentare davvero un momento di svolta. Che sarebbe nel mondo se il progetto di un capo villaggio per la sua gente fosse veicolato dalla sua stessa voce, dalla sua stessa pacata determinazione, e non mediato da professionisti dell’informazione, della politica o della cooperazione? Che sarebbe, se il podcasting diventasse strumento reale di sviluppo “sostenibile, partecipativo e decentralizzato”, come da qualche tempo si predica debba essere qualsiasi progetto di sviluppo tra coloro che di sviluppo dei paesi poveri si occupano per mestiere? Nel frattempo, mentre aspetto che i tempi maturino, smettendola di perdermi sulla scia della mia stessa immaginazione, credo sia bene tornare con i piedi per terra e sia arrivato il momento di dedicare al podcasting un libro….Che ne dite?
Tue 26 Jul 2005 by
francesca
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Rumori dalla Rete |
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Tag: podcasting
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Statistica è bello
Ci sono due aspetti della statistica che le conferiscono, almeno ai miei occhi, uno straordinario fascino. In primo luogo, la statistica è “scienza dei dati”. Vale a dire, insegna a trattare in modo scientifico (serio, disciplinato, rigoroso) i dati, specialmente i dati numerici. Insegna a raccoglierli in modo approppriato, a presentarli in modo corretto, a riassumerli in modo significativo, a far dire loro ciò che hanno da dire nella maniera più chiara e onesta. Insegna anche a dubitare, con intelligenza critica, dei dati che ci vengono presentati, a chiederci come sono stati raccolti ed elaborati, a capire quando qualcuno cerca di far dire loro qualcosa che di per sé non potrebbero dire. Una lezione importante e utile, non solo per gli “addetti ai lavori”, ma per tutti noi, che ormai viviamo immersi in un mare di numeri, spesso usati con leggerezza, e a volte con deliberata scorrettezza, a sostegna di questa o quellla tesi. Ma vi è un secondo motivo di interesse, più profondo e, se me lo consentite, “filosofico”. La statistica, forse più di ogni altra discipline, ci mette di fronte a due caratteristiche ineludibili dellla condizione umana: la limitatezza delle nostre possibilità conoscitive e l’intrinseca, irriducibile variabilità della realtà che ci circonda. Non importa quanto siano precisi i nostri strumenti di misura: due misure dello stesso oggetto non saranno mai perfettamente uguali. Non importa quanto sia ben disegnata un’indagine campionaria: non sapremo mai qual è il “vero” valore di una grandezza per l’intera popolazione. O ancora, per dirla con il grande Hume, non importa quante volte abbiamo osservato il sorgere del sole: non potremo mai essere certi che sorga anche domani. Una constatazione di disperante scetticismo? No, perché, proprio mentre esplora e rivela i propri limiti, la ragione umana sembra “aggrapparsi ai lacci dei propri stivali” e sollevarsi nell’aria: la variabilità, la casualità, l’intrinseca inconoscibilità del reale, mentre vengono riaffermate come “legge di natura”, vengono anche analizzate, modellizzate, misurate. In una parola: domate.
Mon 25 Jul 2005 by
alberto
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Libri e dintorni |
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Tag: statistica
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Car Sharing a Milano
Una delle 50 piccole cose da fare per salvare il mondo, il Car Sharing lentamente prende piede a Milano. Sarebbero 500 le iscrizioni nel capoluogo lombardo per usufruire di auto in condivisione e in affitto. Le autovetture disponibili sono 66 distribuite in 20 autorimesse. Le autorità comunali ritengono che entro la fine dell’anno saranno circa mille gli utenti del servizio, mentre la crescita nei prossimi sette anni potrebbe essere incrementale fino ad arrivare a toccare la soglia di 800 veicoli e 15000 utenti.
In pratica questo significherebbe circa 14000 auto - destinate perlopiù a brevi tragitti urbani - in sosta in meno nell’area cittadina.
Mon 25 Jul 2005 by
fabiob
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Rumori dalla Rete |
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Tag: car sharing
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Disciplina orientale e programmazione
Sul blog di Dave Thomas in cerca di un’intervista sul progetto beta book, mi sono imbattuto nei Code Kata. Si tratta di esercizi di programmazione che permettono di raffinare la propria tecnica. Devo dire che la trovo un’idea affascinante: la disciplina orientale applicata allo sviluppo del software… L’intuizione non è nuova, CSS Zen Garden è uno splendido esempio di miscela tra Zen e codice. Viene da chiedersi se anche il i Code Kata di Dave Thomas avranno lo stesso successo della galleria di Dave Shea…
Fri 22 Jul 2005 by
fabiob
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Rumori dalla Rete |
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Tag: kata code
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La lunga coda dell’ebook
L’articolo di Giuseppe Granieri postato da Marco mi suggerisce qualche riflessione. Perché pensare solo ai libri? Se agli effetti della long tail si unissero le potenzialità e la convenienza degli ebook…? La miscela sembra interessante: allucinazioni…?
Thu 21 Jul 2005 by
fabiob
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Libri e dintorni, Rumori dalla Rete |
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Tag: ebook, long tail
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La lunga coda del libro
Un bel articolo di Giuseppe Granieri, racconta del benefico effetto che internet potrebbe avere sul catalogo di molti editori anche nostrani, riportando in vita ed evitando il macero a molte opere di catalogo.
Wed 20 Jul 2005 by
marcog
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Libri e dintorni, Rumori dalla Rete |
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Tag: long tail
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Il lato proibito della Rete…
… il file sharing, il frutto del peccato. Per qualcuno il diavolo, per altri la quintessenza di Internet. Wallace Wang, opinionista, giornalista, cabarettista e soprattutto guru della Rete ha scritto un libro: File Sharing. Probabilmente tutto ciò che poteva essere copiato lo è già stato e il solo problema è sapere dove cercare in Internet. Un testo provocatorio, controverso. Wallace Wang non usa mezzi termini, non c’è posto per i compromessi: questo è il mondo del file sharing.
Intervistato a proposito del suo libro WW ha dichiarato: “Sono sicuro che qualcuno pubblicherà il mio libro in Rete, infatti in esso indico dei siti web che spiegano esattamente come farlo”…
Fri 15 Jul 2005 by
fabiob
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Libri e dintorni |
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Tag: file sharing
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Il fascino segreto dell’arte dell’hacking
Periodicamente in redazione arrivano informazioni statistiche inerenti ai dati di vendita. Da qui normalmente si comincia a tirare le fila del lavoro svolto insieme. Cosa è andato bene? Perché questo libro non si muove? Ti aspettavi questo risultato su questo titolo? Recentemente abbiamo avuto grosse soddisfazioni da un titolo che, sebbene apparentemente di nicchia in quanto dai contenuti tecnici elevati, ha in pochi mesi conquistato un ottimo numero di lettori. Sto parlando di ‘L’arte dell’hacking‘, collana Che Funziona. Sulla versione inglese di questo libro la critica è sempre stata più che lusinghiera. I risultati di vendita ne confermano la qualità e provano l’attenzione e la preparazione dei lettori della nostra penisola. Un piccolo successo, aiutato anche dalla scelta di Apogeo di collocare questo manuale da intenditori in una collana economica, alla portata di tutti. Un libro quindi, ma anche un invito alla lettura, per scoprire il fascino segreto dell’arte dell’hacking…
Wed 13 Jul 2005 by
fabiob
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Tag: hacking
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