Le Pratiche filosofiche

Discussioni e novità su Pratiche filosofiche, la collana diretta da Umberto Galimberti.

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Quando le geografia va in rete: Google Earth

Se non l’avete ancora provato, non potete perdervelo (senza dimenticare la bussola mi raccomando!).
Vi confesso un segreto: in passato ho avuto velleità da geografa. Immagino che, a questo punto, le vostre reazioni si dividano in risposte inquadrabili tra il sorpreso “Ma come? Non ti occupi della redazione di volumi di argomento informatico? A quello noi siamo interessati” e il più terra terra “E chi se ne frega?”, che vi unirebbe al coro dei miei colleghi esausti, i quali, ahi loro!, da qualche anno si sorbiscono le mie chiacchiere (e le mie pindariche idee editoriali) in materia geografica. In effetti, comprendo bene che la cosa non susciti affatto il vostro interesse, e avete ragione. Ma, non posso fare a meno di condividere con voi alcune riflessioni/interrogativi derivanti da una serie di sollecitazioni che mi stanno bombardando da qualche giorno e che hanno a che fare sia con l´informatica sia con la geografia, o meglio con uno dei suoi strumenti principali,vale a dire la carta geografica. Non vi sarà sfuggita la notizia dell´introduzione di Google Earth tra i servizi offerti dal noto e potentissimo motore di ricerca, che è riuscito a coniugare il suo algoritmo di ricerca a un database georeferenziato nonché a immagini satellitari (inutile dire che, nella sua scia, si sono già messi alla rincorsa Microsoft e Yahoo).
Non credevo ai miei occhi (né ai miei clic del mouse), quando ho cominciato a testare il nuovo prodigio di Google! Essendomi occupata, seppure con scopi sostanzialmente estranei alla tecnologia sottostante, di Web GIS (uno degli acronomi tanto amati dagli anglo-sassoni, che sta per Sistemi Informativi Geografici via Web), per alcuni anni avevo percorso la rete in lungo e in largo, cercando di trovare online un sistema analogo, che fosse sufficientemente facile da navigare e accessibile da non dover demordere nel suo utilizzo prima ancora di scoprire che cosa uno ci potesse fare o trovare. E, invece, ora, meraviglia delle meraviglie, ecco offerta su un vassoio d´argento, non semplicemente il tracciamento di un percorso o la mappa più o meno precisa di un quartiere cittadino (mapping di questo tipo, dopo tutto, si sprecano da anni), ma addirittura, tra quelle di maggiore impatto scenico e “segnico”, la possibilità di esplorare un luogo di mio interesse muovendomi a volo d´uccello sul territorio restituito cartograficamente in 3d, il tutto senza essere dotata di sofisticati software, senza che il computer si metta a fare le bizze e con un livello di dettaglio davvero esaltante. Divertente e, non a caso, qualcuno ha paragonato Google Earth a un videogioco. Eppure la carta geografica non è un gioco! Sono stati spesi fiumi di inchiostro che dimostrano la potenza delle carte nello stabilire e nel legittimare poteri politici ed economici (a partire dall´appropriazione dei territori coloniali che proprio nella redazione delle carte ha trovato uno strumento estremamente efficace non solo per la loro importanza funzionale nel consentire l´orientamento nello spostamento di truppe e merci, nello stabilire dove si trovava che cosa, ma soprattutto nel veicolare una peculiare idea del territorio in questione che ha pregiudicato la comprensione delle sue effettive dinamiche relazionali con la società). Già da tempo ampi studi hanno rivelato le “bugie” delle carte (Monmonnier,1996), e, certo quelle online, da questo punto di vista, non fanno eccezione, altri ne hanno addirittura messo in luce i complessi meccanismi di funzionamento a livello semiotico (Casti, 1998), spiegando la capacità della carta di “mostrare, come se fossero realtà, dati di fatto altamente congetturali” e, così, di indirizzare strategie e pratiche.
Allora, come porsi di fronte a questi innovativi sistemi cartografici messi a disposizione di chiunque lo voglia? Come proteggersi (se è possibile farlo) di fronte alla loro straordinaria forza retorica, rafforzata dall´unione tra la riconosciuta scientificità della carta costruita secondo l´impianto della geometria euclidea, le “viste” fotografiche e la restituzione tridimensionale del territorio? Come reagire a una capacità persuasiva che sempre più abbatte la percezione dei confini tra ciò che è la geografia del reale e ciò che ne è la rappresentazione? Come rispondere all´occhiolino strizzato dall´interattività di questi sistemi, illudendoci che finalmente non stiamo semplicemente consultando una carta, ma la carta ce la stiamo creando facendo comparire o sparire le informazioni che più ci servono? Si aprono, credo, alcune questioni, che dovrebbero prescindere dalle evocazioni, pur vere, di mirabolanti operazioni di marketing rese possibili dalle tecnologie di questo tipo e decantate da più parti nell´attesa che il business parta; nello stesso modo, credo le riflessioni su queste tecnologie non dovrebbe esaurirsi nel valutare l´eventuale pericolosità di mostrare a chiunque sul globo zone d´interesse strategico e militare.
Qualche perplessità dovrebbe nascere, ad esempio, verificando che, pure a fronte di una dichiarata copertura cartografica globale del sistema, esiste una notevole disparità tra il grado di risoluzione e di dati offerto per i paesi sviluppati e quello disponibile per i paesi in via di sviluppo, tanto che solo per i primi si ha una mappatura delle città con gli edifici in tridimensione. L´interrogativo che mi pongo in questo caso è: quanto inciderà nell´immaginario collettivo, ma ancor più nelle strategie di sviluppo di paesi già in oggettiva difficoltà, l´idea (erronea) che esistono aree della superficie terrestre vuote, prive di quegli artefatti che per la nostra cultura fanno la differenza tra ciò che è territorio e ciò che è solo spazio, cioè un´estensione di superficie terrestre privo della società? Quell´Africa “vuota”, che compare quando, in Google Earth, si cercano le zone per le quali sono disponibili le “high resolution cities”, mi ricorda la cartografia storica in cui spesso, a fronte di territori ignoti o inesplorati, gli occidentali non potevano che dichiarare sulla carta “hic sunt leones”. Nella nostra epoca, contrassegnata da rilevamenti satellitari di altissima precisione, quella scritta latina, che non compare esplicitamente, ma si manifesta negli omissis delle carte, che senso ha? E più in generale, quali possono essere le ripercussioni sociali, culturali e politiche di questi nuovi sistemi di informazione geografica? Solo uno spunto il mio, anche poco ragionato. Qualche domanda, cui forse, se nella vita avessi fatto la geografa, sarei stata chiamata a rispondere, ma che, da redattrice, mi va solo di porre. A voi (se ne avete voglia) la parola.

Thu 28 Jul 2005 by francesca
Categoria: Rumori dalla Rete |
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